Nel nostro presente il mostro, il Minotauro smette di essere qualcosa da temere e diventa qualcosa con cui convivere: veste un abito impeccabile, dirige un’azienda, prende decisioni sulle vite altrui e cerca di mantenere intatta l’immagine di una vita di successo. È da questa disturbante trasformazione che prende forma Minotaur, il nuovo film di Andreï Zviaguintsev, insignito del Grand Prix al Festival di Cannes 2026m nella sezione Best of 2026 della Festa del Cinema di Roma.
Ambientato in Russia nel 2022, sullo sfondo dell’invasione dell’Ucraina, il film segue Gleb, un imprenditore la cui esistenza apparentemente perfetta (ma noiosa) comincia a disgregarsi sotto la pressione degli eventi politici, delle responsabilità professionali e della crisi con la moglie. Il sospetto di un tradimento della moglie Galina diventa l’apice di una vita di frustrazioni e doveri imposti, che porta all’esplosione interna e al collasso di un personaggio vittima e carnefice di un sistema labirintico, privo di uscita.
Il parallelismo con il mito greco è lampante ma sottile, delicato. Il Minotauro è imprigionato nel labirinto di Cnosso, è un essere mostruoso che abita uno spazio dal quale sembra impossibile fuggire, costretto a cibarsi di 14 giovani ateniesi. Così, nella rilettura di Zviaguintsev, il labirinto diventa non solo un luogo fisico, ma un sistema di obblighi statali, sociali, relazionali fatti di compromessi inevitabili.
Gleb vive in un mondo in cui il potere economico e quello politico si alimentano a vicenda. La guerra entra nella sua azienda attraverso la pressione esercitata sui lavoratori, chiamati a partire per il fronte, mentre la crisi familiare trasforma la casa in un altro spazio di tensione e controllo. Ogni ambiente, pubblico o privato, diventa parte di una struttura che sembra concedere sempre meno possibilità di scelta, portando allo spettatore una sensazione di asfissia fisica di grande tensione. Nel film, le due traiettorie, quella della dimensione politica e quella del privato vanno ad intrecciarsi l’una con l’altra, in una spirale priva di liberazione.
La forza del film risiede proprio in questo: nella capacità di mettere in relazione queste dimensioni senza ridurle a una semplice equivalenza. Il potere non si manifesta soltanto attraverso grandi gesti autoritari: si insinua nelle abitudini, nelle decisioni apparentemente pragmatiche e nelle giustificazioni con cui gli individui cercano di proteggere se stessi.
E qui il mito acquista la sua dimensione contemporanea: il mostro è il risultato di un sistema che rende accettabili anche le decisioni disumane, purché siano presentate come necessarie.
Di fortissimo impatto le scelte registiche e visive di Zviaguintsev, che ricrea un mondo fatto di comodità comfort, lusso e ricchezza, perfezione, iniettando al suo interno l’ansia della precarietà emotiva e della subordinazione al potere.
La violenza di questo film si esprime nell’ambiente privo di caos, nell’apparente ordine di tutte le cose e nel controllo totale delle emozioni.
Due interpretazioni, quelle di Dmitriy Mazurov e Iris Lebedeva che fanno della loro eleganza la forma più alta di inquietudine del film: due personaggi che da un momento all’altro potrebbero esplodere, distruggere, auto eliminarsi, ma che rimangono sempre sulla’orlo della tragedia, senza mai scivolarci dentro.
Il Grand Prix conquistato a Cannes riconosce la forza di un film che sceglie di affrontare il presente senza rinunciare alla complessità del raffinato linguaggio cinematografico. Il mito è la lettura della realtà, portandolo al suo significato più reale, più umano.
È un labirinto di silenzi, paure, autoinganni e compromessi: quando la violenza diventa parte del nostro quotidiano, siamo ancora capaci di riconoscere che è il mostro? O abbiamo imparato a chiamarla necessità?


